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COVID-19: Passata l’emergenza necessario ricambiare l’infermieristica

Oggi, come già altre volte in passato, comunità intere del nostro paese sono affidate alle competenze degli infermieri, che se ne stanno facendo carico in modo professionale e responsabile. Sarebbe giusto se, passata questa emergenza, potessimo ricambiare l’infermieristica italiana mettendola in condizione di operare all’interno di modelli assistenziali innovativi, che ne valorizzino le professionalità favorendo nel contempo la sostenibilità del nostro Sistema Sanitario Nazionale, i cui principi ispiratori di uguaglianza, solidarietà e universalità si fanno apprezzare soprattutto in momenti difficili come questo.

Come molti, ho ricevuto in questi giorni testimonianze di colleghi che stanno operando in prima linea con grande senso di responsabilità e spirito di servizio, affrontando una situazione tanto drammatica quanto inimmaginabile per chiunque fino a qualche settimana fa.

Con impietoso automatismo la mente mi è tornata al terremoto dell’Aquila, la città dove lavoro, riproponendomi ricordi che pensavo ormai sopiti, quando tanti colleghi infermieri, nonostante fossero stati colpiti direttamente o indirettamente nei propri affetti e nei propri beni, incuranti di un pericolo imprevedibile, fornirono un contributo determinante per garantire ai pazienti ricoverati dapprima la loro sicurezza negli ospedali e nelle cliniche a rischio di crollo e poi la loro assistenza sotto le tende.

Oggi, come allora, comunità intere del nostro paese sono affidate alle competenze degli infermieri, che se ne stanno facendo carico in modo professionale e responsabile. Infermieri sempre in prima linea, dunque, come i soldati nelle missioni di pace, che oggi combattono il SARS-CoV-2, come in passato in tutto il mondo hanno affrontato l’Ebola, la SARS o la MERS, per citare solo alcune delle epidemie più recenti, ed ai quali rivolgiamo tutti orgogliosamente un affettuoso pensiero, soprattutto in questo anno particolare in cui si celebra l’anniversario della nascita in Italia di Miss Nightingale, fondatrice del nursing moderno, che per prima a Scutari a metà del XIX° secolo dimostrò quanto questa sua creatura fosse efficace nella lotta contro il colera e le altre malattie infettive che decimavano gli eserciti di allora.

A differenza di quanto accadde per il terremoto dell’Aquila del 2009, in cui si fece un po’ di fatica a riconoscere questa professionalità – di cui nessun servizio sanitario al mondo può fare a meno – oggi tutto il Paese, anche grazie alla competenza dimostrata dai professionisti dell’informazione, è fiero dei nostri infermieri, come lo è dei medici, dei tecnici di laboratorio, di radiologia e di tutti gli altri operatori sanitari.

Il terremoto dell’Aquila mi ha insegnato il valore di un termine su cui non mi ero mai soffermato prima: resilienza, ossia la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità (Wikipedia).

Trasferendo questo concetto dagli individui alla società, sono convinto che il Covid-19 lascerà dietro di sé enormi spazi per lo sviluppo di forze di resilienza, che ci consentiranno di avere un Paese ancora più progredito e pronto ad affrontare situazioni analoghe o peggiori di questa che si dovessero ripresentare in futuro.

Sarebbe giusto se, passata questa emergenza, potessimo ricambiare l’infermieristica italiana mettendola in condizione di operare all’interno di modelli assistenziali innovativi, che ne valorizzino le professionalità favorendo nel contempo la sostenibilità del nostro Sistema Sanitario Nazionale, i cui principi ispiratori di uguaglianza, solidarietà e universalità si fanno apprezzare soprattutto in momenti difficili come questo.

A questo proposito, un esempio potrebbe essere lo sviluppo di un progetto accademico per la formazione dell’Infermiere intensivista, che, come nei paesi anglosassoni, sia specificatamente preparato per gestire, da un punto di vista meramente assistenziale, condizioni cliniche molto complesse, non solo nelle rianimazioni e terapie intensive, ma anche negli abitualmente affollati Pronto soccorso, nei sistemi di emergenza territoriali, e, perché no, anche a domicilio, per assistere ad esempio tutti quei pazienti cronici che necessitano di assistenza respiratoria avanzata, come nei casi di SLA.

La strada sarebbe già tracciata, quella delle lauree magistrali, l’unica in grado di assicurare un prodotto uniforme e uniformità di accessi su tutto il territorio nazionale. In questa prospettiva l’esperienza maturata dai colleghi in prima linea oggi sarebbe una grande risorsa che non potremmo permetterci di sprecare.

Loreto Lancia

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